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27/10/2006

i like the way you move

tornando da pranzo ho lasciato che mi precedesse all'ascensore solo per guardarla camminare davanti a me, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni tecnici, i glutei perfettamente disegnati dalla tela aderente...

cinque passi. si è voltata. mi ha beccata in pieno. mi ha sorriso.

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22/10/2006

più veloci, più veloci

finisce che mi ritrovo seduta in questo locale del pre collina. e finisce che mi ritrovo circondata da persone dalle quali vorrei fuggire immediatamente, se non fosse per...

passo indietro:
"un'uscita tutte donne! dai, non puoi mancare!"
abbozzo un sorriso e fingo di lasciarmi contagiare dal suo genuino entusiasmo.

e così finisce che mi ritrovo in questo locale cercando di stare dietro all'intrico di discorsi sempre diversi e mai completati di questa brunetta sui trentacinque. vive a una velocità tale che mi è impossibile starle dietro. nel momento stesso in cui provo a rispondere a una delle sue migliaia di domande, lei ha già risposto per entrambe, per l'umanita intera a giudicare dal tono, e mi sta già facendo la domanda successiva.

lancio occhiate insofferenti verso la bratz all'altro capo del tavolo. lancio occhiate supplichevoli e astiose. le ignora puntualmente tutte, presa com'è da una conversazione certamente interessante con un altro paio di nostre colleghe.

la brunetta dopata mi invita in riviera per il weekend. riesco a infilare un "piove" in mezzo alla catena infinita di aneddoti e nomi esotici di amici senza volto: il giampi, il gianlu, il lele.
"Che ridere!"
Lo sottolinea abbozzando una risata registrata da sitcom americana. Che tronca all'improvviso, mettendosi a studiare la mia espressione, come in attesa di una mia battuta o di una risata per osmosi.
Approfitto del momento propozio per buttare lì:
"Come quando ho detto ai miei che sono lex"

Zero. Nessuna reazione. Parte subito alla carica raccontando di quando quella sera quel pazzo del giangi (o era il lele) invece che portarla a casa l'ha portata a fare colazione a Nizza.

E così, complici parecchi negroni, mi ritrovo a rispondere alle sue finte domande con monosillabi casuali. Passo il tempo a intercettare gli occhi della bratz, senza più curarmi di quale sguardo lanciarle, e piazzo i miei monosillabi sibillini ogni volta che percepisco una pausa o una intonazione interrogativa.

Alla fine intercetto la bratz. Ormai senza più uno straccio di orgoglio, suppongo che il mio sguardo sia quello dell'avventore disperato che cerca di richiamare l'attenzione del cameriere per il conto.

E in qualche modo finisce questa fantastica uscita tutte ragazze. E qualche ora dopo, come una cretina, mi ritrovo sdraiata sul letto a sorridere.

E' bastato un unico gesto a cancellare una serata da incubo. Un'accozzaglia di parole dette, con tutta probabilità, senza alcun motivo preciso o sull'onda di un germoglio di senso di colpa.

Ha detto:
-Posso salire con te?

E io devo aver fatto una faccia davvero strana. Di quelle che mi escono quando sono sovrapensiero e non sono abbastanza veloce a indossare l'espressione giusta.

Una faccia strana perchè lei ha subito aggiunto:
-Se non è un problema

No, nessun problema.

Cretina che sono! Quando ho detto sì e quando, qualche ora dopo, ancora sorridevo sdraiata sul letto.

addio ibook

dopo anni di onorato servizio ho deciso di dismettere il mio adorabile g3 da 12 pollici e passare a questo:

medium_productshotmacbook_white_060509.2.jpg devo ancora farci l'abitudine. è leggermente più grande e la batteria dura drasticamente di meno

ne avevo realmente bisogno? non proprio. lo userò? spero di sì

20/10/2006

ho avuto paura

ho avuto paura a maggio...

paura che la mia amata sicilia perdesse ogni sapore, tolto il gusto del proibito.

paura che ogni angolo, ogni viuzza e ogni scorcio da cartolina nascondesse un agguato di ricordi e malinconie di varia natura.

e paura che per la troppa paura di ricordi e malinconie e angoli e viuzze mi rinchiudessi in una fortezza autistica, sorda a ogni emozione.


ho avuto paura, ma il peggio è passato. tutto qui, nella mia testa, nei giorni prima dell'imbarco. niente di quello che ho temuto si è avverato. o forse solo l'autismo.

e alla fine con cosa sono tornata? un'amica sposata. un paio di marmocchi. decine di nuove rotatorie nelle strade della mia adolescenza. qualche centro commerciale.

le prime rughe sul suo volto che rifiuta ogni genere di crema di bellezza. i primi capelli grigi. un sorriso che ormai è più da mamma che da amica.

ho chiuso tutto. sono ripartita. per l'ennesima volta. settembre è un buon mese per ricominciare. ma non ho ricominciato a settembre. rimando, giorno dopo giorno. rimando a domani.

17/10/2006

e allora esorcizziamo

Siamo al cinema, sedute una accanto all'altra quando calano le luci e l'oratore prende la parola.

No. Torniamo indietro.

Sono seduta sola. Il posto alla mia destra è vuoto. Lei arriva. Si guarda intorno. Una collega la invita a sedersi accanto a lei (accanto a me). Ci scambiamo un non sguardo. Si siede. Sorrido e cerco di interpretare il suo non sguardo. Sorpresa? Imbarazzo? O assolutamente nulla?

Ecco. Adesso siamo sedute una accanto all'altra. La guardo e mi fermo a fissare gli occhi truccati. Era truccata questa mattina? Il trucco è recente. Si è rifatta il trucco in pausa pranzo? Più recente ancora.

I nostri gomiti si toccano. Mi chiede qualcosa. E io sto ancora pensando al trucco. Penso al suo non sguardo e l'oratore passa alla seconda slide, distorta dalla troppa foga aziendalista e da un cellulare pronto a squillare.

Osservo le sue mani poggiate sul bracciolo. Le unghie curate senza troppo entusiasmo. Smalto rosato trasparente. E poi capisco. L'oratore cede la parola a un collega e io approfitto della pausa per formulare la mia domanda.

-Cosa devo farne di te?

Lo chiedo alle sue unghie. A lei non riesco a fare altro che una battuta di circostanza sul nuovo oratore che guadagna il palco.

Non risponde alla domanda, ovviamente. Nemmeno le sue unghie lo fanno. A malapena sorride alla mia battuta. Non posso biasimarla. Nemmeno io mi rispondo. Non subito, almeno.

E poi sono a casa. Esco dalla doccia. Mi guardo allo specchio e la domanda ritorna. Non posso pronunciarla. Non posso dirla alla persona riflessa nello specchio. Non avrei alcuna risposta. Nessuna che mi piacerebbe o che non mi obbligherebbe a un'altra ora di acqua bollente.

Cerco di cambiare discorso. Penso che ci vorrebbe un taglio netto. Ma l'unica cosa che riesco a tagliare è una manciata di capelli appena sopra l'orecchio. E sono lucida. Perchè il ciuffo finisce nel water e non a intasare il lavandino.

Sono lucida perchè, quando mi rivolgo allo specchio, chiedo:

-Che devo farne di lei?

21:55 Scritto in bratz | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: chiaraf, bratz

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